Toscana felix: come agiscono le mafie ‘invisibili’ PDF Stampa E-mail
Sabato 06 Maggio 2017 08:14

L’esperto Filippo Torrigiani illustra il modus operandi delle mafie nascoste, italiane e straniere

di Marcello Lazzerini

Spesso il fenomeno passa inosservato, eppure a leggere bene dietro talune notizie riguardanti  episodi di criminalità organizzata   -anche recentissimi, come il traffico di stupefacenti fra il Belgio ed il Mugello ad opera di una banda di trafficanti di origine  albanese, o il sequestro in Piemonte di merce griffata e contraffatta in un capannone cinese di  Prato-  il riferimento alla Toscana induce una qualche riflessione. La Toscana, infatti, è una regione ‘tranquilla’, apparentemente estranea alle grandi attività criminose che investono il nostro Paese. Si potrebbe definire Toscana Felix.  O forse no?

Abbiamo cercato di capire quanto sta accadendo con Filippo Torrigiani, empolese,  consulente della commissione Parlamentare antimafia e  Consulente nazionale del CNCA (Coordinamento comunità accoglienza).

Cosa differenzia la Toscana dalle altre riguardo la presenza di attività criminose?

La nostra Regione si presta a un diversificato interesse da parte di soggetti criminali plurimi, italiani e stranieri:  le associazioni mafiose pur non avendo qui una ‘struttura di tipo militare come altrove’, ci sono e si manifestano in forme molteplici,  spesso  in maniera ‘invisibile’,  attraverso uno sfondo economico- patrimoniale, nel senso che oltre le attività criminali riguardanti i traffici illeciti (stupefacenti, rifiuti, merce contraffatta), le organizzazioni criminali più ramificate e organizzate – su tutte la Camorra e la ‘ndrangheta – mirano anche ad inserirsi nei settori dell’economia cosiddetta legale per riciclare il danaro proveniente dai traffici e dalle altre fonti di illecito arricchimento. Qui si stanno sviluppando i meccanismi tipici dell’ infiltrazione delle mafie nei circuiti dell’economia legale.

Con quali caratteristiche?

Attraverso l’acquisto di esercizi commerciali e di beni immobili e le attività di impresa esercitate in forma diretta o indiretta, cioè attraverso la partecipazione in imprese sane; il tentativo di accaparramento di lavori pubblici e privati, di  partecipazione al mercato immobiliare, nel trattamento dei rifiuti o nella  gestione di pubblici esercizi, specie di ristorazione e intrattenimento, come il gioco d’azzardo.

Sebbene nella regione non siano presenti insediamenti della ‘ndrangheta o della camorra nella forma delle cellule territoriali di controllo del territorio tipica delle regioni di origine o sviluppatesi in altre regioni del Nord, occorre registrare la continua emersione di spunti investigativi che riguardano la presenza di soggetti delle cosche mafiose operare in Toscana, alcune volte disponendo della complicità di sodali del luogo, a dimostrazione della forte liquidità di cui tali soggetti dispongono e della capacità attrattiva e corruttiva che tali disponibilità comportano.

A quali cosche appartengono i soggetti  ‘invisibili’ che  operano  in Toscana?

Secondo quanto emerge dalle indagini concluse di recente e dai processi in corso, si può affermare che le presenze di ‘ndranghetisti in Toscana siano ricollegabili  alle cosche che dominano nei “mandamenti” della provincia di Reggio Calabria,   del  versante ionico (province di Catanzaro e Crotone), delle aree del lametino, del vibonese, della piana di Gioia Tauro. Usura, estorsioni, infiltrazione nel settore degli appalti pubblici e privati, traffici di droga e di merce contraffatta, sono i settori criminali in cui operano prevalentemente gli appartenenti alla ‘ndrangheta in Toscana.

E la Camorra è presente ?

Persevera eccome. I  suoi clan operano segnatamente in provincia di Pisa, in Versilia, nel Valdarno aretino e nella provincia di Prato. In Versilia, sono stati compiuti negli anni scorsi, anche ad opera della DDA di Napoli, diversi arresti nei confronti di soggetti appartenenti al clan del Casalesi. Si può affermare inoltre che nell’area pisana vi siano  significativi interessi economici dei clan napoletani. C’ è da dire che

qui la Camorra cerca di evitare il più possibile di ricorrere ad azioni criminose eclatanti che possano attirare l’attenzione degli inquirenti, e di mantenere al contrario un profilo basso, per potere meglio dedicarsi a traffici illeciti ed anche ad affari economici apparentemente leciti.

E della presenza delle mafie straniere cosa puoi dirci?

Molte e invasive. Le imputazioni riguardano i delitti di associazione per delinquere di stampo mafioso, riciclaggio, intestazione fittizia di beni e vari reati tributari. Nell’anno 2016, sono stati disposti sequestri preventivi per un equivalente di circa 60 milioni di euro. Per tali beni sono stati nominati tre custodi giudiziari. Prendiamo ad esempio le illegalità commesse nell’ambito della comunità cinese: talvolta accade che attività commerciali formalmente in regola producano ricavi completamente sottratti al fisco attraverso molteplici prestanome e che poi spariscono  con rimesse in Cina per importi calcolati in  oltre 4 miliardi di euro. Il tutto compiuto grazie a una rete di agenzie di trasferimento di denaro compiacenti e che si prestano al riciclaggio. Riciclaggio reso possibile anche dal frazionamento delle somme trasferite in importi inferiori alla soglia stabilita dalla legge antiriciclaggio. E’ stata  inoltre contestata dall’autorità giudiziaria  la natura mafiosa della associazione criminale cinese organizzata intorno ai money transfer, ipotizzando condotte di assoggettamento e costrizione di natura mafiosa.

E sul problema più evidente  della contraffazione?

Senza voler criminalizzare l’intero distretto cinese, che costituisce la più grande comunità presente in Italia, laddove si manifesta riguarda il settore della contraffazione di modelli industriali e marchi, svolta in prevalenza nelle zone di Firenze e Prato: si tratta di consorterie associate su base per lo più familistica, dedite sia alla produzione in laboratorio che al commercio di articoli prodotti in Cina ed importati in Italia, con notevole capacità di azzerare gli effetti dei sequestri di merce e di riprodursi in nuove attività illecite. Le difficoltà maggiori a livello investigativo derivano dalla notoria carenza di interpreti fiduciari disponibili a tradurre le conversazioni intercettate.

Sempre riguardo alla criminalità cinese va segnalato l’incremento delle attività illecite nel traffico di sostanze stupefacenti, in particolare metanfetaminici (droghe tipo ice e shaboo), che coinvolge segmenti della comunità pratese,  collegati con cosche della comunità filippina (nuova nel settore).

Esiste anche una  criminalità albanese?

Negli ultimi anni la criminalità di origine albanese –  con non vuol dire criminalizzare tutti gli albanesi! – risulta essere stata molto attiva nel traffico di sostanze stupefacenti. Riscontri significativi in tal senso derivano dai numerosi procedimenti condotti dalle forze di polizia giudiziaria in tutta la regione.

Il tratto peculiare di tale fenomeno di criminalità organizzata è quello di agire attraverso affiliazioni rinsaldate da legami familiari e di comune provenienza di zona geografica dall’Albania (Valonesi, albanesi del nord ecc.) . Si tratta di organizzazioni criminali di difficile repressione per la loro notevolissima capacità di rivitalizzarsi e rinnovarsi negli uomini e nelle modalità operative.

Da segnalare come nel tempo si siano evoluti anche i modi di comunicazione tra gli affiliati, che sono alla costante ricerca di modalità comunicative tali da rendere più difficili le intercettazioni.

La sua presenza in certe aree territoriali  avrebbe fatto acquisire a tali organizzazioni una sorta di monopolio o di preponderanza operativa nella attività di commercio degli stupefacenti. Qui si nota un salto di livello verso  rapporti transnazionali e collegamenti stabili con fornitori sempre di etnia albanese ubicati in Olanda Spagna o Sudamerica o nella stessa Albania, ove spesso trovano rifugio latitanti che dal proprio paese d’origine continuano a tessere le fila della organizzazione criminale.

Il fenomeno quindi, visto nel suo complesso, sembra descrivere una sorta di controllo di tutta la filiera illecita: dal grande trafficante allo spacciatore al dettaglio, le organizzazioni criminali albanesi sono in grado di porsi quali interlocutori di altre realtà criminali operanti nel settore, prima su tutte quella calabrese.

Molte delle indagini su queste organizzazioni comportano la necessità di attività rogatoriali e la DDA ha sempre preso contatti con Eurojust al fine di facilitare l’esecuzione delle richieste da parte delle autorità giudiziarie straniere. Concludendo  sul punto del traffico di stupefacenti, le attività di indagine rivelano che la Toscana, sia per la particolare posizione geografica che per le infrastrutture presenti (in particolare il porto di Livorno), sia  spesso utilizzata come “porta di accesso” per l’importazione di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti da parte di gruppi criminali organizzati.

Anche la tratta di esseri umani  riguarda la Toscana?

Purtroppo sì, indagini e processi svoltisi negli ultimi anni dimostrano che anche nel territorio toscano non mancano casi di tale forma  moderna di schiavitù. Le vittime sono quasi esclusivamente donne straniere di giovane età o minorenni, tutte particolarmente vulnerabili a causa della loro condizione di povertà e di mancanza di adeguata istruzione e di concrete opportunità lavorative. La principale forma di sfruttamento resta quella di tipo sessuale, anche se si registra un aumento dei casi di accattonaggio forzato e, in misura minore, di servitù domestica. I trafficanti di esseri umani riescono a convincere le vittime, residenti all’estero, e spesso anche i loro familiari, profittando della loro condizione di necessità e vulnerabilità e con l’inganno (in genere, falsa promessa di una vita migliore, di un lavoro onesto o di sicuri e consistenti guadagni sia pure derivanti dall’attività di prostituzione o di elemosina in strada) ad espatriare in Italia. Le indagini espletate denotano un modus operandi costante: subito dopo il trasporto delle ragazze in Italia, esse vengono schiavizzate, sottoposte a continui controlli, private dei documenti d’identità, di ogni capacità di autodeterminazione e di movimento e costrette a sottostare alle richieste degli sfruttatori che si appropriano quasi interamente dei guadagni derivanti dalla prostituzione o dall’accattonaggio, concedendo loro solo i minimi mezzi di sussistenza.

Le indagini che hanno riguardato tale fenomeno criminale hanno consentito, in tempi relativamente brevi, di ottenere negli anni recenti molteplici sentenze di condanna, molte divenute definitive, per i delitti di tratta e di riduzione in schiavitù. L’inizio delle indagini è stato quasi sempre determinato da richieste di aiuto rivolte dalle vittime a passanti, a personale sanitario del P.S., alle Forze di Polizia o, talvolta, ai loro familiari residenti all’estero, quando sono riuscite a fuggire o a sottrarsi momentaneamente ai controlli dei loro aguzzini. In tali casi il successivo sviluppo ed il buon esito delle stesse sono stati possibili grazie alle indicazioni da loro fornite che hanno consentito agli inquirenti, con l’ausilio del prezioso strumento delle intercettazioni, di identificare e catturare i responsabili e rendere libere così anche le altre ragazze sfruttate. A volte sono state le segnalazioni di privati cittadini, relative a situazioni di possibile sfruttamento di ragazze dedite alla prostituzione e di disabili adibiti all’accattonaggio, che hanno dato impulso alle indagini.

E della questione migranti, su cui viene sollevato un gran polverone, che ci può dire?

Che servono sempre e di più politiche di inclusione e di cooperazione: il rischio che corriamo, vero e non presunto, si traduce nel fatto che politiche populiste e denigratorie in tal senso, vadano ad ingrassare “le fila della malavita organizzata”.

Di questi problemi si è parlato anche nel corso della ‘giornata della memoria’  dedicata  al ricordo di tutte le vittime di mafia. Con quali prospettive?

In quella ”giornata”  si è ribadito  l’ impegno alla lotta contro le mafie e ogni forma di criminalità organizzata. Si sta facendo strada la consapevolezza che le istituzioni addette alla repressione – autorità giudiziaria e forze di polizia, carabinieri, finanza  – non bastano: le istituzioni da sole non sono in grado di debellare il fenomeno, serve una responsabilità sociale, comune e condivisa. I cittadini, i lavoratori  devono  aiutare le istituzioni segnalando i casi sospetti di illegalità, aiutando le vittime di tali abusi e violazioni a trovare il coraggio di denunciare quanto accade,  aumentando la soglia di attenzione verso tali fenomeni, spesso nascosti o che  una certa cultura del disinteresse tende ad ignorare, a non voler vedere.   Certo è che operando per diminuire e contrastare il “divario sociale” che separa i troppi che non ce la fanno dagli altri, intervenendo sui fattori di disagio sociale, anche attraverso la grande e variegata area del volontariato e della solidarietà, si possono ridurre i margini di operatività e presenza delle organizzazioni mafiose e criminali.

www.filippotorrigiani.it

 

 

 

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